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8 luglio 2009

Megacomunità: governare la complessità con un approccio multi-stakeholder

Mark Grencser, Reginald Van Lee, Fernando Napolitano, Christopher Kelly, Megacommunities: How Leaders of Government, Business and Non-Profits Can Tackle Today’s Global Challenges Together, Polgrave Macmillan, 2008; tr. It. Megacomunità: Come i leader di governo, delle aziende e della società civile possono gestire le grandi sfide globali, insieme, Il Sole 24 Ore, 2009.

http://www.megacommunities.com/


Viviamo una crisi simultanea delle principali istituzioni che sorreggono la nostra vita associata: governi, partiti, aziende, organizzazioni religiose, enti locali, ONG etc. Un numero crescente di problemi sembra uscire fuori dal “campo di influenzabilità” che tradizionalmente le caratterizzava: la dinamica sociale della globalizzazione esprime una complessità incomprimibile, un proprietà che la struttura di molte organizzazioni non riesce a cogliere pienamente.  Allo stesso tempo, stanno emergendo dei modelli di aggregazione che permettono di superare molti dei limiti del passato. In particolare, ha un successo crescente la creazione di spazi di incontro, discussione ed elaborazione di natura multi-laterale, capaci di aggregare attori eterogenei e di produrre accordi di tipo win-win. Si tratta di luoghi di interazione che fondano la loro influenza sul potere dei network, in alternativa ai tradizionali strumenti legati all’impatto dello stato o dei mercati. Questo approccio non riproduce necessariamente i limiti dei forum di natura rappresentativa: sono infatti inclusi solo gli attori percepiti come rilevanti, offrendo a ciascuno uno spazio proporzionale al contributo effettivo che è in grado di apportare. Le reti tra organizzazioni nascono per aumentare la probabilità di risolvere problemi complessi, consentendo di affrontare in modo coordinato tutte le sfaccettature che li caratterizzano.

 

Un gruppo di consulenti della Booz Allen Hamilton’s ha costruito una nuova formalizzazione di questo processo, legata al concetto di “megacomunità”. L’intersezione tra attori legati al business, alle attività governative e alla società civile permette, secondo questo punto di vista, di offrire un framework adeguato per la soluzione dei problemi più complessi che si presentano nel mondo attuale. Le sfide contemporanee sono in fatti di natura estremamente fluida, caratterizzate dall’imprevedibilità e dall’interconnessione tra diversi piani di riferimento economici, politici, tecnologici e sociali. Questo crea un deficit di leadeship da parte delle organizzazioni tradizionali, dato che nessuna singola metodologia di azione permette di affrontare in modo adeguato le nuove questioni. Una megacommunity ha quindi l’obiettivo di “aprire i network”, consentendo di attingere alle risorse cognitive e relazionali di un pool allargato di partecipanti. Si tratta di un ragionamento analogo a quello portato avanti da Klaus Schwab nel World Economic Forum, vale a dire la governance multi-stakeholder, un sistema basato sulla costruzione progressiva di un punto di vista comune tra attori eterogenei. Questo è un modo di agire che è stato recentemente oggetto di interessanti pubblicazioni  e che ha dimostrato un successo crescente nella sua applicazione empirica.

 

I concetti di megacomunità e approccio multi-stakeholder si avvalgono delle nozioni sviluppate di recente dalla teoria dei network, dall’economia comportale e dalla dinamica dei sistemi: si cerca in modo esplicito di costruire reti robuste, capaci di auto-organizzarsi nel tempo e in grado di allineare le speranze e le aspettative dei partecipanti. Lo scopo di questi network multilaterali è la creazione di un cambiamento di lungo periodo, sostenibile in modo credibile da una serie di attori le cui agende sono potenzialmente in conflitto. Per fare questo, nel corso della nascinta di una megacommunity è necessaria una fase di elaborazione e confronto, finalizzata alla creazione di una visione di tipo macroscopico e inclusivo, che abbia la capacità di far convergere gli obiettivi di lungo periodo dei principali attori in gioco. I legami esistenti tra le diverse organizzazioni devono rafforzarsi, allineando i loro schemi cognitivi e consentendo la formazione di una rete di ordine superiore. La costruzione di questo network capital permette quindi di affrontare al meglio, in modo efficace e sostenibile nel tempo, l’iper-complessità che caratterizza le principali sfide della nostra epoca.

 

Mark Grencser, Reginald Van Lee, Fernando Napolitano, Christopher Kelly, Megacommunities: How Leaders of Government, Business and Non-Profits Can Tackle Today’s Global Challenges Together, Polgrave Macmillan, 2008; tr. It. Megacomunità: Come i leader di governo, delle aziende e della società civile possono gestire le grandi sfide globali, insieme, Il Sole 24 Ore, 2009.

http://www.megacommunities.com/




permalink | inviato da raffaele.mauro il 8/7/2009 alle 12:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

24 giugno 2009

Il mondo dei think tank americani: la guerra delle idee fuori dall’accademia

Murray Weidenbaum, The Compettion of Ideas: the World of the Washington Think Tanks, Transacton Publishers, New Brunswick, 2009.

 

 Il funzionamento dei think tank ci può insegnare molto: sono dei laboratori di idee, normalmente operanti al di fuori dei sistemi accademici tradizionali, che hanno l’obiettivo di influire sulla policy sulla percezione generale dell’agenda politica. I think tank di maggiori dimensioni si trovano negli Stati Uniti: questo avviene sia per ragioni storiche che per la peculiarità del sistema governativo di questo paese. Nel testo di Murray Weidenbaum possiamo trovare un’interessante analisi dell’ecosistema dei think tank presenti a Washington, con particolare riferimento ai “DC-5”, le cinque organizzazioni di maggiore dimensione: la Brookings Institution, l’American Enterprese Institute, il Center for Strategic and International Studies, l’Heritage Fundation e il Cato Institute. Altri centri importanti sono menzionati, ma non sono analizzati in profondità per restringere il focus della ricerca: ad esempio, la Hoover Institution, dato che si trova presso la Stanford University e non a Washington, o il Carnegie Endowment for International Peace, dato il suo carattere meno generalista rispetto ai DC-5.

 

I primi think tank hanno degli staff numerosi: dai 100 ai 200 analisti, con spesso 200-300 collaboratori esterni. Queste istituzioni producono un flusso costante di pubblicazioni, eventi, seminari accademici, attività di formazione, meeting con rappresentati politici. Il rapporto con i media è di natura pervasiva: spesso i giornalisti contattano i rappresentati di queste organizzazioni per avere dati e opinioni. La battaglia per influire sull’agenda politica è legata a un esborsi ingente di risorse: nel 2005, i primi 32 think tank concentrati a Washington hanno speso per le loro attività più di 410 milioni di dollari, di cui circa 140 solo per il DC-5.

I think tank presentano alcune caratteristiche interessanti rispetto ai tradizionali centri di ricerca universitaria: sono “sul pezzo”, data la loro interazione costante con il mondo esterno, abbracciano con maggiore facilità filoni di ricerca innovativi, sono abituati ad un rapporto costante con i media, hanno l’obiettivo esplicito di produrre una “conoscenza utile” capace di influenzare le politiche pubbliche. Dall’altro lato, la pressione dei media e dei finanziatori crea il rischio di produrre ricerche che non soddisfano i criteri di scientificità richiesti dall’accademia.

 

Il testo di Weidenbaum affronta queste questioni, sostenendo una linea tendenzialmente favorevole al contributo offerto dai think tank per il processo decisionale pubblico. Queste istituzioni, grazie alla competition of ideas, hanno la possibilità di elevare il livello del dibattito, raffinandolo e aggiornandolo costantemente. Secondo l’autore, la distorsione dovuta ai finanziamenti privati è di natura minima: buona parte dei think tank è finanziata da una molteplicità di soggetti, spesso con interessi contrastanti tra loro. Inoltre, contrariamente alla percezione comune, una fetta importante delle loro entrate è dovuta a micro-donazioni, non a grandi sponsor. Infine, i maggiori think tank adottano delle procedure di controllo di qualità delle pubblicazioni, in alcuni casi un sistema di peer review analogo a quello scientifico, come nel caso della Brookings Institution.

 

Nel caso degli Stati Uniti, i think tank hanno avuto modo di influire in modo decisivo nell’agenda setting e nella percezione di alcuni problemi strategici fondamentali: le politiche da adottare in medio oriente, la bomba demografico-pensionistica, le politiche energetiche, le riforme del sistema educativo. Si tratta di un modello che potenzialmente avrà un’influenza crescente in Italia e in Europa, che vale la pena di scandagliare e, se necessario, riprodurre in modo intelligente.

Raffaele Mauro




permalink | inviato da raffaele.mauro il 24/6/2009 alle 11:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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